Hesse. Sulla vecchiaia.

L’età avanzata è un gradino della nostra esistenza che come tutti gli altri ha una fisionomia propria, una sua propria atmosfera e temperatura, delle gioie e delle miserie tutte sue. Noi, vecchi dai capelli bianchi, abbiamo, come tutti gli altri nostri più giovani fratelli umani, un compito che dà senso alla nostra vita; persino un ammalato di malattia mortale, un moribondo, che nel suo letto riesce appena ad avvertire ancora un richiamo dal mondo di qua, ha i suo compito, deve assolvere qualcosa di importante e di necessario. Essere vecchi è un compito altrettanto bello e santo quanto essere giovani; imparare a morire e morire sono una funzione altrettanto preziosa di ogni altra, a patto che si sia compiuta con rispetto per il significato sacro di ogni vita. un vecchio capace di odiare soltanto e di temere la vecchiaia, i capelli bianchi e l’approssimarsi della morte, non è un degno rappresentante della sua età, così come non lo è un uomo giovane e forte che odia il suo mestiere ed il suo quotidiano lavoro e cerca di sottrarvisi.
Diciamo in breve: per poter tener fede da vecchi alla propria natura e assolvere il proprio compito, occorre essere d’accordo con l’età e con tutto ciò che essa reca con sé; bisogna dire a tutto questo di sì. Senza quel sì, senza la rassegnazione a ciò che la natura esige da noi, il pregio e il senso dei nostri giorni – sia che siamo vecchi, sia che siamo giovani – vanno perduti e noi defraudiamo la vita.
Tutti sanno che la vecchiaia porta con sé acciacchi e che alla sua fine sta la morte. Anno per anno occorre fare sacrifici e piegarsi a rinunce. Bisogna imparare a diffidare dei propri sensi e delle proprie forze. Il tratto di strada che fino a poco fa costituiva ancora una piccola passeggiata si fa lungo e faticoso, e un brutto giorno non riusciamo più a percorrerlo. Al cibo, che per tutta la vita abbiamo mangiato così di gusto dobbiamo rinunciare. Le gioie e i piaceri del corpo si fanno più infrequenti e devono essere pagati sempre più cari. E poi tutti gli acciacchi e le malattie, l’indebolimento dei sensi, la paralisi degli organi, gli innumerevole dolori, specialmente nelle notti spesso così lunghe e angosciose… son tutte cose che non si possono negare, è una amara realtà. Ma triste e miserabile sarebbe solo abbandonarsi a questo processo di decadimento senza vedere che anche la vecchiaia ha il suo lato buono, i suoi vantaggi, le sue fonti di consolazione, le sue gioie. Quando due persone anziane di incontrano, non dovrebbero parlare solo della maledetta gotta, delle membra rigide, e del fiato che manca al salir delle scale, non dovrebbero a vicenda comunicarsi solamente le sofferenze e le arrabbiature, ma anche gli avvenimenti e le esperienze gaie e confortanti. E ce ne sono molti.
Se rammento questo lato positivo e bello della vita del vecchio, e avverto che noi canuti conosciamo anche sorgenti di forza, di pazienza e di gioia che non trovano posto nell’esistenza dei giovani, non spetta però a me parlare dei conforti della religione e della chiesa. Questo è il compito del sacerdote. Ma ben posso con animo riconoscente nominare alcuni dei doni che la vecchiaia ci dà. Il più caro è per me il tesoro di immagini che portiamo nella memoria dopo una lunga esistenza, e a cui con lo scemare dell’attività ci vogliamo con tutt’altra attenzione di prima. Volti e figure di uomini che non sono più sulla terra da sessanta o settant’anni continuano a vivere in noi, ci appartengono, ci fanno compagnia, ci guardano con occhi vivi. Case, giardini e città che nel frattempo sono spariti o si sono completamente trasformati li vediamo intatti come erano un tempo; e lontani monti e coste marittime visti in viaggio decenni or sono li ritroviamo freschi e colorati nel nostro libro di immagini. Il guardare, l’osservare e il contemplare divengono sempre più abitudine ed esercitazione, e inavvertitamente l’attitudine morale e materiale dell’osservatore compenetra tutto il nostro contegno. Incalzati dai desideri, sogni, bramosie, passioni, come la più parte degli uomini, abbiamo percorso infiammati, impazienti, ansiosi, pieni di aspettativa, gli anni e i decenni della nostra vita, violentemente commossi da adempimenti o da delusioni, e oggi, sfogliando cautamente il grosso libro illustrato della nostra esistenza, ci meravigliamo di come possa essere bello e buono essere sfuggiti a quella caccia, a quella furia, essere pervenuti alla vita contemplativa. Qui, nel giardino della vecchiaia, fioriscono certi fiori, a curare i quali un tempo non avremmo pensato. Qui fiorisce la pazienza, una nobile pianta; diventiamo più calmi, più indulgenti e quanto minore si fa la nostra brama di afferrare e di agire, tanto più grande diventa la nostra capacità di stare a guardare ed a sentire la vita della natura e degli uomini, lasciando che essa ci scorra davanti senza criticarla, con sempre nuova meraviglia per la sua varietà: a volte con partecipazione e con tacito rincrescimento, a volte ridendo, con chiara gioia, con senso d’umorismo.
Me ne stavo recentemente in giardino, avevo acceso un falò e lo alimentavo di foglie e di rami secchi. Una vecchia, che avrà avuto circa ottanta anni, passò lungo la siepe di biancospino, si fermò e mi guardò. Io la salutai, allora rise e disse: “Ha fatto benissimo, ad accendere quel focherello. Alla nostra età bisogna pure abituarsi poco per volta all’inferno”. Ed ecco intonato così un discorso durante il quale ci lamentammo l’uno con l’altra di ogni sorta di dolori e di privazioni, ma sempre in tono scherzoso. E alla fine del trattenimento ammettemmo di non essere poi, nonostante tutto, così terribilmente vecchi: e che a malapena ci si poteva comprendere tra i veri vegliardi, fintantoché viveva nel nostro villaggio la nostra decana, la centenaria.
Quando i giovanissimi dall’alto della loro forza e della loro incoscienza ci scherniscono perché trovano comici la nostra andatura faticosa e quei pochi capelli bianchi e i colli tendinosi, ci ricordiamo di come un tempo, in possesso della stessa forza e della stessa incoscienza, abbiamo riso anche noi allo stesso modo; e non ci sentiamo per questo inferiori e sconfitti, bensì ci rallegriamo d’essere fuori di quell’età e di essere divenuti un po’ più assennati e tolleranti.


Da: Hermann Hesse. Romanzo della mia vita. Scritti autobiografici, Mondadori, 1961
(questo testo è stato scritto da Hesse all'età di 75 anni)

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