
E' ben misera cosa un vecchio,
un mantello stracciato sopra uno stecco, a meno
che l'uomo non batta le mani,
e canti,
e canti più forte,
per ogni brandello della sua veste mortale.
William B. Yates
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E' ben misera cosa un vecchio. A meno che...
Quando, per fare una cosa perfetta, ci vuole tutta una vita.
Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu.
Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.
Riportato da:
Italo Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Garzanti, 1985
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Ma, se non sono la stessa, allora mi devo chiedere: chi sono?
"Dio mio, quante cose strane succedono oggi. Invece ieri tutto andava liscio. Che sia stata scambiata, stanotte?
Vediamo un po’: quando mi sono alzata, stamattina, ero sempre la stessa?
A ripensarci mi sembra di ricordare che mi sentivo un po’ diversa…
Ma se non sono la stessa, allora mi debbo chiedere: chi sono?
Ecco, questo è il grande problema!"
(…)
Per qualche istante, il Bruco ed Alice si guardarono in silenzio.
Infine il Bruco si tolse di bocca la pipa e, con voce languida ed assonnata, chiese: “E tu chi sei?”
Questa non era certamente la maniera più incoraggiante per iniziare una conversazione. Alice rispose con voce timida: “Io… io non lo so, per il momento, signore … al massimo potrei dire chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma da allora ci sono stati parecchi cambiamenti”
“Che cosa vuoi dire? – disse il bruco, severo. – Spiegati!”
“Mi dispiace, signore, ma non posso spiegarmi – disse Alice – perché io non sono più io; capisce?”
“No” disse il Bruco.
“Mi dispiace di non sapermi esprimere più chiaramente – riprese Alice con molta gentilezza – ma non ci capisco niente neppure io. Aver cambiato di statura tante volte in un son giorno è una cosa che confonde parecchio, mi creda”.
Da: Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
La gente non vive, ma mantiene solo in vita il suo corpo.
"Ho detto spesso alla gente che il modo per vivere realmente è morire. Il passaporto per la vita è immaginarsi nella tomba. Immaginatevi di giacere nella bara, in qualsiasi posizione. In India, li mettiamo nella cassa a gambe incrociate… Quindi, immaginatevi distesi, morti. Ora, osservate i vostri problemi da quel punto di vista. Cambia tutto, non è vero?
Che bella meditazione. Fatela ogni giorno, se ne avete il tempo. E' incredibile, ma diventerete più vivi. Uno dei miei libri, Sorgenti, contiene una meditazione di questo tipo. Si vede il corpo decomposto, poi le ossa, poi solo polvere.
Ogni volta che parlo di questo, la gente dice: “Che schifo!” Ma cos’è che fa tanto schifo? È la realtà, per l’amor del cielo! Tuttavia molti di voi non vogliono vedere la realtà. Non volete pensare alla morte.
La gente non vive. La maggior parte di voi non vive, mantiene soltanto in vita il suo corpo. Questa non è vita. Non vivete finché non vi importa un fico secco se vivete o morite. A quel punto, iniziate a vivere. Quando siete pronti a perdere la vostra vita, la vivete. Ma se proteggete la vostra vita, siete morti.
Per esempio, ve ne state seduti lassù nell’attico e io vi dico: Venite giù! E voi rispondete: “No, ho letto di alcune persone che sono scese. Sono scivolate e si sono rotte il collo: è troppo pericoloso”. Oppure non riesco a farvi attraversare la strada perché voi dite: “Sai quante persone vengono investite mentre attraversano?”
Se non riesco a farvi attraversare una strada, come faccio a farvi attraversare un continente? E se non riesco a farvi guardare oltre le vostre piccole e limitate convinzioni per farvi scoprire un altro mondo, allora siete morti, siete completamente morti. La vita vi ha solo sfiorato.
Anthony De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, Piemme Pocket, 2001
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Aggiungiamo un po' di ironia alla nostra vita.

A mio parere, Achille Campanile è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo tra i più creativi e brillanti del nostro passato. Un consiglio per le vacanze: invece di dedicare tempo all'ennesima ripetizione di un film stravisto, alle riviste patinate che tanto non ci dicono niente di nuovo o al nuovo romanzo che non resisterà ai primi temporali estivi, recuperiamo dal passato l'intelligente arguzia di un uomo che ha preservata intatta la capacità di farci sorridere e pensare.
Buona estate a tutti, con le parole di Achille Campanile.
"Questi vecchi mi hanno sempre meravigliato.
Ma come mai sono riusciti a passare in mezzo a tanti pericoli,
arrivando sani e salvi alla più tarda età?
Come hanno fatto a non finire sotto un'automobile,
come hanno potuto superare le malattie mortali,
come hanno potuto evitare una tegola,
un'aggressione,
uno scontro in ferrovia,
un naufragio,
un fulmine,
una caduta, un colpo di rivoltella?
... veramente questi vecchi debbono essere protetti dal demonio!
Alcuni ancora osano traversare la strada
LENTAMENTE,
ma sono matti?"
Il nostro corpo sa. Impariamo ad ascoltare.
"Alla fine (...) mi resi conto che non erano l’età e la vecchiaia l’oggetto delle mie ansie; che il mio rifiuto e la mia provocazione erano legati al timore di dover rinunciare a un modo di essere, non alla prospettiva di cessare di essere. E sebbene avessi sempre biasimato attrici, atleti, e altri adoratori della giovinezza che erano incapaci di immaginare un futuro diverso – alcuni dei quali avrebbero preferito morire piuttosto che invecchiare – ero caduta nella stessa trappola.
… Forse uno dei compensi dell’età è un corpo meno indulgente, che trasmette i suoi avvertimenti più rapidamente – non come tradimento ma come saggezza… Così iniziai ad impormi uno stile di vita più sano, divenni più incline all’introspezione, mi concessi più tempo per me stessa e per l’abitudine alla scrittura, come testimoniano queste pagine.
Nella mia fase attuale di invecchiamento e di ascolto, ho compreso l’importanza di partire dal corpo e dai cinque sensi. Per questo mi rivolgo al mio corpo per sapere come sarà il nuovo paese della vecchiaia. Guardare le mani di cui sono così fiera, per esempio, e constatare che presentano sul dorso macchiette scure dovute all’età, all’inizio è stato scioccante. Così chiedo loro cosa intendono esprimere. “Una bandiera sorretta da mani cosparse di macchie di fegato” mi rispondono. Ne ricavo il titolo per un prossimo articolo, oltre a sospettare che queste macchie siano dotate di un certo senso dell’umorismo".
Gloria Steinem, Autostima. Un viaggio alla scoperta della nostra forza interiore, BUR, 1997
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Orazione sulla dignità dell'uomo.

Non ti ho fatto
né celeste né terreno,
né mortale né immortale,
affinché di te stesso
quasi libero
ed onorevole plasmatore
ed artefice,
tu ti forgiassi
nella forma
che avresti prescelto.
Pico della Mirandola, 1486
“Orazione sulla dignità dell’uomo”
Riportato in: Colombero C., Uomo e natura nella filosofia del Rinascimento, Loescher, 1976
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L'arte di invecchiare
“Mettendo a confronto la gioventù e la vecchiaia, Schopenhauer soppesa minuziosamente i pro e i contro dell’una e dell’altra. La sua convinzione è che – essendo la vita una miseria, e il dolore l’unica realtà – gli aspetti negativi si distribuiscano equamente:
“Il carattere della prima metà della vita consiste in un’ansia insoddisfatta di felicità, quello della seconda metà si riduce alla preoccupazione dell’infelicità”.
Nella prima dominano illusioni, sogni e chimere, nella seconda il disinganno in cui “la nullità del tutto si rivela”.
“Nella gioventù domina l’intuizione, nella vecchiaia il pensiero, quella è l’epoca della poesia, questa piuttosto della filosofia”.
Nella prima “vi è una maggiore creatività”, nella seconda “maggior giudizio, penetrazione e fondatezza”. E se è vero che nella gioventù prevalgono giocondità e socievolezza, mentre nella seconda l’esperienza accumulata rende inclini alla misantropia; se è vero che nella prima l’energia vitale zampilla, mentre nella seconda va inesorabilmente estinguendosi come l’olio di una lampada prossima a spegnersi; è altrettanto vero che la vita è come “un tessuto ricamato, di cui ognuno può vedere il lato esterno nella prima metà della sua esistenza, e il rovescio nella seconda: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, poiché lascia riconoscere la connessione dei fili". Insomma:
“Soltanto chi diventa vecchio acquista una rappresentazione concreta e pertinente della vita, dominandola nella sua totalità e nel suo sviluppo naturale, e soprattutto considerandola, non soltanto come gli altri secondo una prospettiva iniziale, ma anche secondo quella finale, tanto da riconoscere in tal modo completamente la sua nullità”.Insomma:
“i primi quarant’anni della nostra vita forniscono il testo, i trenta seguenti il commento, che solo ci insegna a comprendere rettamente il vero significato e la coerenza del testo, oltre che la morale e ogni finezza del medesimo”.Non è dunque vero che la gioventù sia l’”epoca felice della vita e la vecchiaia l’epoca triste”. Né che “la sorte della vecchiaia si riduca a malattia e noia”. Al contrario: “La gioventù è trascinata dalle passioni in ogni direzione, con poca gioia e molto dolore. Esse lasciano invece riposare la fredda vecchiaia, la quale acquista ben presto un colorito e un atteggiamento contemplativo: la conoscenza infatti ci libera e ottiene la supremazia”... Il vecchio possiede dunque quella particolare tranquillità d’animo che gli consente di guardare con distacco alle lusinghe, alle stravaganze, ai dolori del mondo. “Tale calma è un’importante parte costitutiva della felicità, e propriamente anzi la sua condizione e il suo elemento essenziale”
Che fare? La conclusione del nostro coriaceo pessimista – in realtà un ottimista bene informato – è semplicissima: “Man muss nur huebsch alt werden; da gibt sich Alles”. Ovvero: “Basta solo invecchiare bene, e tutto torna”.
Dall'introduzione di Franco Volpi a Arthur Schopenhauer, L’arte di invecchiare, Adelphi, 2006. Tutte le citazioni di Schopenhauer sono tratte da Parerga e Paralipomena, (a cura di Giorgio Colli), tomo I, Adelphi, 1998. L’ultima citazione è invece tratta da una lettera personale di Schpenhauer a Sybille Mertens-Schaaffhausen, 27 novembre 1849, contenuta in Gesammelte Briefe, Bouvier, Bonn, 1978.
La vita. Una partita a dadi o una fortuna da costruire?
"Il trascorrere del tempo non dovrebbe essere quindi considerato in se stesso come il nemico della speranza, poiché la vita è quella che ciascuno di noi si costruisce. La perdita di alcuni, ma certamente non di tutti i nostri attributi socialmente ed economicamente significativi, che comincia ad avvertirsi poco dopo i vent’anni e continua ad un ritmo estremamente graduale fino a quando si superano i settanta o gli ottanta, non conosce alcun episodio di declino improvviso o catastrofico né nelle prime fasi del processo né in quelle più tarde, quanto meno fino all’episodio finale. “Monotonico” è il termine usato per descrivere tale processo: si tratta cioè di un movimento che – qualunque sia l’intervallo, anche minimo, che viene considerato – appare sempre discendente, mai ascendente, e pertanto perfettamente consono a quella che è la più notevole caratteristica della personalità umana, vale a dire la capacità strategica di adattamento nel tempo.
L’età è una sfortuna, né più né meno inevitabile delle altre sfortune della vita che Machiavelli aveva in mente nel suo famoso capitolo del Principe intitolato Quanto possa nelle umane cose la Fortuna, e in che modo se gli possa obstare: “la fortuna è donna” scrive Machiavelli, con la sua caratteristica fallocratica misoginia “ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla”.
Peter Laslett, Una nuova mappa della vita. L’emergere della terza età, Il Mulino Universale Paperbacks 1992
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La nostra vita dura a lungo. Se ne sappiamo disporre.
La maggior parte degli uomini, Paolino, si lamenta dell’ingenerosità della natura, perché nasciamo destinati a una vita breve e il tempo che ci è concesso trascorre in fretta; così rapidamente che, salvo pochissimi, la vita ci abbandona proprio quando ci apprestiamo a viverla. Di questa presunta sventura non si duole solo il popolino e la gente ignorante; se ne lamentano anche uomini illustri. Viene da qui la famosa massima del più grande dei medici: “Breve è la vita, lunga l’arte”.
Da qui è nata anche l’accusa, certo non degna di un saggio, che Aristotele rivolge alla natura: “Agli animali ha concesso una vita lunga quanto basta per raggiungere la quinta o la decima generazione, mentre all’uomo, nato per compiere molte grandi imprese, ha assegnato un termine assai più breve”. In realtà, non è che di tempo ne abbiamo poco; è che ne sprechiamo tanto. La vita che ci è data è lunga a sufficienza per compiere grandissime imprese, purché sia spesa bene; ma se viene dissipata nel lusso e nell’ignavia, se non la si impiega utilmente, solo quando giungiamo all’inevitabile fine ci rendiamo conto che è trascorsa senza che neppure ce ne accorgessimo.
È così: la vita che abbiamo ricevuto non è affatto breve; siamo noi a renderla tale. Del nostro tempo, non siamo avari, ma prodighi. Come un patrimonio immenso nelle mani di un padrone inetto può svanire in un istante mentre uno più modesto, se affidato a un buon amministratore, col tempo aumenta di valore, così la nostra vita dura a lungo per chi ne sa disporre bene.
Lucio Anneo Seneca, La brevità della vita, All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1992
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Quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava venire al mondo...
Questi che esaltano tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai, e per il terrore che hanno della morte. E non considerano che, quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d’incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono.
[…] E non è dubbio alcuno che la Terra è molto più perfetta, essendo, come ella è, alterabile, mutabile; che se la fusse una massa di pietra; quando ben anco fusse un intero diamante purissimo e impassibile.
Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi (giornata I)
Se mi fosse dato di rivivere la mia vita...
"Se mi fosse dato di rivivere la mia vita, la prossima volta mi piacerebbe fare più errori. Mi rilasserei. Farei più riscaldamento, prima di correre. Sarei più matta di come sono stata stavolta. Prenderei meno cose sul serio. Coglierei più occasioni: scalerei più montagne, nuoterei in più fiumi. Mangerei più gelati e meno fagioli. Forse avrei più problemi, ma ne avrei meno di immaginari. Vedete, io sono una di quelle persone che ha vissuto in maniera ragionevole e sana, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Certo, ho avuto i miei bei momenti anch’io… e se dovessi ricominciare da capo ne avrei di più. Di fatto cercherei di avere solo quelli: solo momenti, uno dopo l’altro, invece di vivere così tanti anni un giorno dopo l’altro. Sono stata una di quelle persone che non va mai da nessuna parte senza un termometro, una borsa dell’acqua calda, un impermeabile e un paracadute. Se dovessi ricominciare da capo viaggerei più leggera. Se dovessi rivivere la vita di nuovo comincerei ad andare a piedi nudi all’inizio della primavera e smetterei in autunno. Andrei a più feste da ballo. Darei inizio a più girotondi. Coglierei più margherite. Vivrei di più ogni singolo istante."
Nadine Stair a 85 anni
Riportato in: Ram Dass, Cambiamenti. Accettare la vecchiaia e riscoprirne la ricchezza, Corbaccio, 2005
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/gunnisal/2340547359/)
Abbiamo bisogno di un nuovo modello. Non di invecchiamento, ma di crescita.
Tuttavia adesso ho un nuovo modello per questo nuovo avventuroso paese in cui sto addentrandomi. È una donna molto vecchia, bellissima, sorridente, piena di rughe, rosea, colta nella luce mattutina di un parco di Pechino. I suoi capelli candidi come la neve sono a malapena visibili sotto un berrettino spavaldo, viola lavanda. Jan Phillips, che scattò la fotografia, dice che stava cantando a squarciagola un’opera cinese, come se cantasse al cielo; accortasi della fotografia, si era fermata qualche secondo per sorridere verso l’obiettivo, poi aveva ripreso il canto. Adesso, mi sorride ogni mattina dalla mensola del camino.
Voglio bene a questa donna. Mi piace pensare che, camminando lungo la strada davanti a me, assomigli un po’ al mio sé futuro.
Gloria Steinem, Autostima. Un viaggio alla scoperta della nostra forza interiore, BUR, 1997
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/12392252@N03/2061993362)
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(Pablo Neruda)
Nonostante tutte le incertezze, sento una solidità alla base dell’esistenza e una continuità nel mio modo di essere.
"Sono soddisfatto del corso preso dalla mia vita. è stata ricca, e mi ha dato molto. Come avrei potuto attendermi tanto? Non mi sono accadute che cose inaspettate. Molto avrebbe potuto essere diverso se io stesso fossi stato diverso. Ma tutto è stato come doveva essere; perché tutto è avvenuto in quanto io sono come sono. Molte cose si sono realizzate secondo i miei progetti, ma non sempre a mio vantaggio: ma quasi tutto si è svolto naturalmente e per opera del destino. Devo pentirmi di molte stupidaggini provocate dalla mia ostinazione; ma se non fossi stato ostinato non avrei raggiunto la mia meta. E così sono deluso e non lo sono. Sono deluso degli uomini e di me stesso. Dei primi ho appreso tante cose sorprendenti, e di me ho fatto più di quel che mi aspettassi. Non posso pronunciare un giudizio definitivo perché il fenomeno della vita e il fenomeno dell’uomo sono troppo grandi. Quanto più sono divenuto vecchio, tanto meno ho capito o penetrato o saputo di me stesso.
Sono stupito, deluso, compiaciuto di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirar le somme. Sono incapace di stabilire un valore o un non-valore definitivo; non ho un giudizio da dare su me stesso e la mia vita. non vi è nulla di cui mi senta veramente sicuro. Non ho convinzioni definitive, proprio di nulla. So solo che sono venuto al mondo e che esisto, e mi sembra di esservi stato trasportato. Esisto sul fondamento di qualche cosa che non conosco. Ma, nonostante tutte le incertezze, sento una solidità alla base dell’esistenza e una continuità nel mio modo di essere.
Il mondo nel quale siamo nati è brutale e crudele, e al tempo stesso di una divina bellezza. Dipende dal nostro temperamento credere che cosa prevalga: il significato, o l’assenza di significato. Se la mancanza di significato fosse assolutamente prevalente, a uno stadio superiore di sviluppo la vita dovrebbe perdere sempre di più il suo significato; ma non è questo – almeno così mi sembra – il caso. Probabilmente, come in tutti i problemi metafisici, tutte e due le cose sono vere: la vita è – o ha – significato, e assenza di significato. Io nutro l’ardente speranza che il significato possa prevalere e vincere la battaglia.
Quando Lao Tse dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime ciò che io provo ora, nella mia vecchiaia avanzata. Lao Tse è l’esempio di un uomo di una superiore intelligenza, che ha visto e provato il valore e la mancanza di valore, e che alla fine della sua vita desidera tornare nel suo proprio essere, nell’eterno inconoscibile significato. L’archetipo dell’uomo vecchio che ha visto abbastanza è sempre vero. Questo tipo appare a qualsiasi livello di intelligenza, e i suoi tratti sono sempre gli stessi; sia egli un vecchio contadino o un grande filosofo come Lao Tse. Così è la vecchiaia, dunque, limitazione. Eppure vi sono tante cose che riempiono la mia vita: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte, e l’eterno nell’uomo. Quanto più mi sono sentito incerto di me stesso, tanto più si è sviluppato in me un senso di affinità con tutte le cose. Mi sembra, infatti, che quell’alienazione che per tanto tempo mi ha diviso dal mondo si sia trasferita nel mio mondo interiore, e mi abbia rivelato una insospettata estraneità con me stesso".
Scritto nel 1952, con il titolo: "Esame retrospettivo". E' riportato in C.G.Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, BUR, 1988
Desiderata.
Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Finché è possibile senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Dì la verità con calma, e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare. Evita le persone volgari ed aggressive; esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non acciechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per i grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. Soprattutto, non fingere negli affetti e neppure sii cinico riguardo all’amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l’erba. Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza. Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna. Ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle, tu hai diritto ad essere qui. E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l’universo ti si stia schiudendo come dovrebbe. Perciò sii in pace con Dio, comunque tu lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo. Fai attenzione. Cerca di essere felice.
Trovata nell’antica chiesa di San Paolo, Baltimora. Datata 1692.
Se non adesso, quando?
Tra i 60 e i 70 anni inizia una potente fase di liberazione.
Liberazione di forze creative: nuove energie che provengono da un nuovo, più maturo livello di libertà personale e dall’esautoramento da obblighi professionali che per anni hanno imposto di dimostrare (a se stessi e agli altri) il proprio valore.
Si tratta di una pressione (ed es-pressione) creativa che spesso prende la forma di una domanda che vuole trasformare un pensiero in azione: se non ora, quando?
Giunti a quest’età della vita, di norma una persona si sente a suo agio con se stessa, sapendo che se anche stesse per compiere uno sbaglio, questo comunque non andrebbe a compromettere l’immagine che gli altri hanno. Soprattutto: uno sbaglio non incrinerebbe la propria immagine e la propria autostima.
Questo crea le possibilità e le condizioni per una nuova fase (e volontà) di sperimentazione. Quindi la vera domanda da porsi è: se non adesso, quando?
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/search/?q=freedom&page=2)
Il mondo è da creare.
Non ha colonne d’Ercole il pensiero.
La tua anima piccola,
diabolica pigrizia, se le crea.
Né Ulisse né Colombo sospettavano
Le mille e mille isole in attesa.
Ti aspettano interi continenti.
Dormono dentro il tuo cervello: osa!
Il mondo è da creare.
Maria Luisa Spaziani
Riportata in: Rita Levi-Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere, Rizzoli, 2004
Qualcuno vi ha mai chiesto di essere saggi, ora che potreste esserlo?
Giovani o vecchi che si sia al momento, finché non ci consideriamo parte della continuità della vita continueremo a considerare la vecchiaia come una cosa separata dalla corrente centrale della cultura e i vecchi come altri, in un certo senso. In una cultura non tradizionale com’è la nostra, dominata dalla tecnologia, si dà molto più valore all’informazione che non alla saggezza. Tra le due, però, c’è una differenza: l’informazione implica l’acquisizione, l’organizzazione e la distribuzione capillare dei fatti, è un immagazzinamento di dati fisici. La saggezza, invece, coinvolge un’altra funzione, altrettanto essenziale: lo svuotamento e l’acquietamento della mente, l’applicazione del cuore, la mistura alchemica di ragione e sentimento. Nella modalità “saggezza” noi non elaboriamo informazioni in maniera analitica o sequenziale: ci teniamo un passo indietro e abbiamo una visione d’insieme, distinguendo ciò che conta da ciò che non conta, soppesando il significato e la profondità delle cose. La dote della saggezza è rara, nella nostra cultura: vi si trovano più spesso persone di conoscenza che fingono di essere sagge, ma che, sfortunatamente, non hanno coltivato la qualità della mente da cui nasce davvero la saggezza.
… In una cultura in cui l’informazione è più apprezzata della saggezza, comunque, gli anziani diventano obsoleti come i computer di ieri. Il vero tesoro invece viene ignorato: la saggezza è una delle poche cose nella vita umana che non diminuisce con l’età. Tutto il resto cade via, solo la saggezza aumenta fino alla morte, se viviamo con lucidità e capacità di osservazione e ci apriamo alle molte lezioni della vita. Nelle culture tradizionali che sono rimaste immutate generazione dopo generazione il valore del “vecchio saggio” si rintraccia facilmente; in una cultura come la nostra, invece, la saggezza è ben lontana dall’essere eccitante o attraente – o necessaria – come lo è navigare in Internet. Sentiamo il dover continuare a correre se vogliamo rimanere aggiornati, imparare l’ultima versione di Windows o provare quel nuovo macchinario in palestra. Sul mio computer tenevo un adesivo che diceva: “I cani vecchi possono imparare nuovi trucchi” ma ultimamente alle volte mi chiedo: quanti nuovi trucchi voglio imparare? Quanti di quei maledetti manuali voglio ancora leggere, in questa vita? Non sarebbe più facile semplicemente essere sorpassati?
Ram Dass, Cambiamenti. Accettare la vecchiaia e riscoprirne la ricchezza, Corbaccio, 2005
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/emmedibi/381841251/)
Cosa deve augurarsi un uomo? Né grandezza né felicità, bensì…
Da molto tempo abbiamo dimenticato quasi tutto ciò che i grandi maestri dell’umanità hanno scoperto e insegnato. Hanno insegnato tutti la stessa cosa, da millenni, e ogni teologo o anche ogni uomo di cultura ce la potrebbe dire con parole chiare, che sia incline più verso Socrate o verso Lao Tzu, più verso il Buddha che sorride senza dolore, o verso il Redentore con la corona di spine.
Tutti loro, e in generale ogni sapiente, ogni risvegliato e illuminato, ogni vero conoscitore e maestro dell’umanità, ogni vero conoscitore e maestro dell’umanità ha imparato la stessa cosa, e cioè che l’uomo non deve augurarsi grandezza né felicità, né l’eroismo né la dolcezza della pace, che non deve augurarsi assolutamente niente, nient’altro che sensi puri e vigili, un cuore forte e la fedeltà e l’intelligenza della pazienza, e di saper sopportare con essi la felicità come il dolore, il rumore come il silenzio.
Da: Ansprache in der ersten Stunde des Jahres 1946, Gesammelte Werke vol X, pp 541 ss. Riportato in: Hermann Hesse, La felicità. Versi e pensieri, Oscar Mondadori, 2002
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/deniscollette/541299099/)
L'ombra.

Mai,
non saprete mai
come m’illumina
l’ombra
che mi si pone di lato,
timida,
quando non spero
più…
Giuseppe Ungaretti
Giorno per giorno
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/neighya/460039535/)
L’adolescente onnipotente ed eroico è ancora il nostro piccolo padrone.
"Attorno ai trentacinque - quarant’anni un uomo o una donna valutano se si sono realizzati gli obiettivi affettivi, familiari e professionali…
Se si tengono presenti le problematiche legate al lavoro, il soggetto si domanda, soprattutto a partire da quell’età, se ha realizzato i suoi obiettivi, le sue ambizioni, i suoi ideali, se ha fatto il mestiere che voleva e al livello che gli interessava…
Ma durante questo periodo bisogna distinguere più tappe temporali importanti; c’è per esempio il momento che si può considerare la vera mezza età, verso i trentacinque e quaranta anni, e un’età un po’ più avanzata fra i cinquanta e i cinquantacinque…
Una donna ad esempio che si è dedicata a far nascere e crescere i figli, a costruire il suo ménage domestico e che si ritrova a quarantacinque-cinquanta anni con i figli cresciuti… è un problema anche sociale: si tratta di vedere se può trovare anche altri investimenti. Una crisi di investimento analoga a quanto capita agli uomini al raggiungimento dell’età della pensione. Molti uomini entrano in crisi nel momento in cui vanno in pensione; l’hanno desiderata a lungo, tutta la vita vi hanno pensato: “Quando sarò in pensione farò questo e quello!”. Nel frattempo lavorano, lavorano, lavorano e il giorno del pensionamento c’è una rottura degli investimenti, un’estrema difficoltà ad organizzarsi su un tenore di vita differente, a investire su altre attività, e spesso dei veri e propri scompensi…
Che cosa si tratta di accettare? Il fatto che si invecchia, che non si è immortali, perché la maggior parte di noi cerca di difendersi dall’idea della morte… e la consapevolezza – questo è importante – che gli ideali, gli obiettivi, le aspirazioni del’infanzia e dell’adolescenza non sono state raggiunte. In fondo la crisi della maturità non è che la conclusione della crisi dell’adolescenza. L’adolescente onnipotente ed eroico – tutti abbiamo avuto questi fantasmi – non muore che a quaranta, quarantacinque, cinquanta anni".
P.C. Racamier e S. Taccani, Il lavoro incerto, ovvero la psicodinamica del processo di crisi, Tirrenia, Ed. del Cerro, 1986
La visione di un uomo non impresta le sue ali a un altro uomo.
E un maestro domandò: Parlaci dell’Insegnamento.
Ed egli disse: Nessuno può insegnarvi nulla, se non ciò che in dormiveglia giace nell’alba della vostra conoscenza.
Il maestro che cammina all’ombra del tempio, tra i discepoli, non dà la sua scienza, ma il suo amore e la sua fede.
E se egli è saggio non vi invita a entrare nella casa della sua scienza, ma vi conduce alla soglia della vostra mente.
L’astronomo può dirvi ciò che sa degli spazi, ma non può darvi la propria conoscenza.
Il musico vi canterà la melodia che è nell’aria, ma non può darvi il suono fissato nell’orecchio, né l’eco nella voce.
E il matematico potrà descrivervi regioni di pesi e di misure, ma colà non vi potrà guidare.
Giacché la visione di un uomo non impresta le sue ali a un altro uomo.
E come Dio vi conosce da soli, così tra voi ognuno deve essere solo a conoscere Dio, e da solo comprenderà la terra.
Gibral Kahlil Gibran, Il Profeta, Ugo Guanda Editore, 1981
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I fiori sono stupendi. La magia dell'haiku.
Waga toshi no
Yoru to wa shirazu
Hana zakari.
I fiori sono stupendi,
E ignorano
Che sono vecchia.
Chigestu (poetessa e pittrice, non sono conosciute le date di nascita e morte)
Furusato ya
Chiisai ga ore ga
Natsu kodachi.
Il mio paese:
benché sia piccolo,
i boschi sono miei.
Issa (1762-1826)
Due parole sull'haiku, una forma di poesia giapponese che ne racchiude lo spirito e la magia. La semplicità della sua struttura riproduce infatti le componenti tipiche della mentalità nipponica. La struttura dell’haiku è di 17 sillabe (5/7/5) ed è frutto di due componenti apparentemente inconciliabili: improvvisazione e aderenza allo schema. L’autore di haiku si interessa alle cose naturali, prossime ordinarie e abituali, i piccoli momenti del quotidiano. Ogni cosa deve essere inquadrata nella catena relazionale che la unisce alle altre. L’haiku non sintetizza una marea di impressioni, ma traduce un momento e una impressione, nell’immediatezza dell’attimo. Come nella pittura ad inchiostro, sumie, l’altra grande arte giapponese, l’economia di tratti è essenziale: l’artista non deve riempire lo spazio, ma valorizzare il vuoto, cioè indagare gli interstizi tra le cose. È una lezione del Buddhismo: non sono le cose (o i singoli eventi, le persone, le vite individuali) ad essere importanti, bensì lo sfondo in cui si inscrivono, il vuoto intorno.
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/sundin13/1680731033/)
Storia cinese
Un uomo anziano è troppo debole per lavorare nell’orto o per collaborare all’andamento della casa. Si limita a starsene seduto sotto il portico a guardare i campi mentre suo figlio zappa la terra ed estirpa le erbacce.
Un giorno il figlio alza lo sguardo su di lui e pensa: “A che cosa serve, ora che è così vecchio? Non fa che mangiare a ufo. Io ho moglie e figli da mantenere: è ora che la pianti di vivere, quello lì”.
Così prepara una grande cassa di legno, la sistema su una carriola, la porta davanti al portico e dice al vecchio: “Padre, entra qui dentro”.
Il padre si sdraia nella cassa, il figlio ci mette su il coperchio e poi la porta verso la rupe. Arrivato al bordo del burrone il figlio sente bussare da dentro la cassa. “Sì, padre?” chiede. Il padre risponde: “Perché non ti limiti a buttarmi dalla rupe e ti tieni la cassa? Un giorno i tuoi figli ne avranno bisogno!”.
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
"Meneceo,
mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.
Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire.
(…) Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non è il tempo più lungo si gode, ma il più dolce".
Da: Epicuro, Lettera sulla felicità (a Meneceo), Stampa Alternativa 1992
Il guardiano di greggi
Sono un guardiano di greggi.
Il gregge è i miei pensieri
E i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
E con le mani e con i piedi
E con il naso e la bocca.
Pensare un fiore è vederlo e odorarlo
E mangiare un frutto è sentirne il sapore.
Per questo quando in un giorno di calore
Mi sento triste di goderlo tanto,
E mi stendo completamente sull’erba,
E chiudo gli occhi caldi,
Sento tutto il mio corpo disteso sulla realtà,
So la verità e son felice.
Fernardo Pessoa, Poesie, Passigli Editore 1993
Siete buoni quando non siete che voi stessi.
"E un anziano della città domandò: Parlaci del Bene e del Male.
Ed egli rispose:
Io posso parlare del vostro bene, ma non del vostro male.
Poiché il cattivo non è che il buono torturato dalla sua fame e la sua sete.
In verità, il buono affamato può cercare il cibo in una caverna oscura, e assetato può bere un’acqua morta.
Siete buoni quando non siete che voi stessi.
Ma anche se non siete un’unica cosa con voi stessi, voi non siete cattivi.
Poiché una casa divisa non è un covo di ladri; è solo una casa divisa.
E una nave privata del timone può errare all’infinito tra isole rischiose senza fare naufragio.
Siete buoni nello sforzo di dare voi stessi,
Ma non siete cattivi nel guadagnare per voi.
Poiché, guadagnando, non siete che una radice avvinghiatasi alla terra per succhiarne il seno.
Certo, il frutto non potrà dire alla radice, “Sii come me, maturo e pieno, nella mia facile abbondanza”.
Poiché, come il frutto ha bisogno di dare, così la radice ha bisogno di ricevere.
Siete buoni quando la vostra parola è cosciente,
Ma non siete cattivi nel sonno quando la vostra lingua vaneggia.
Anche un discorso confuso rinforza una debole lingua.
Siete buoni quando v’incamminate alla meta, tenaci e con piede sicuro.
Ma non siete cattivi se vi andate zoppicando.
Anche gli zoppi non tornano indietro.
Ma voi, che siete agili e forti, non assecondate lo zoppo, stimandovi cortesi.
Voi siete buoni diversamente, e non siete cattivi quando non siete buoni,
siete soltanto svogliati e pigri.
Peccato che può il cervo insegnare alla tartaruga a essere veloce.
Un gigante è chiuso in voi; e nel volerlo sta la vostra bontà; e questa è in tutti gli uomini.
In alcuni è un torrente che scende a precipizio verso il mare, sradicando segreti alle montagne e canzoni alle foreste.
E in altri è una corrente calma che curva divagando e langue prima di sfociare ai lidi.
Ma chi desidera molto non dica a chi desidera poco, “Perché tu esiti e indugi?”
Poi che il buono in verità non chiede a chi è nudo, “Dov’è il tuo vestito?”. E a chi è senza tetto, “E la tua casa?”.
Gibral Kahlil Gibran, Il Profeta, Ugo Guanda Editore, 1981
Foto: courtsy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/bacillus/353725304/)




